UCCELLI, di Farfallina

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<Jocker>
view post Posted on 7/11/2011, 21:40     +1   -1




Al volante del mio Bmw avanzavo lungo la strada che da Parma conduce a Cremona. Tutt'a un tratto distolsi l'attenzione dalla guida del veicolo e mi persi a osservare gli storni, sospesi come statuette sui fili dell'alta tensione, chiedendomi come facessero a non rimanere fulminati dall'elettricità che correva nei fili. Formulai più di una ipotesi ma non fui in grado di trovare una ragionevole spiegazione al fenomeno.
La giornata era colore del piombo. Nella corsia di marcia opposta a quella della mia direzione i fari delle autovetture bucavano i banchi di nebbia segnalandomi la presenza di un possibile pericolo. Ancora pochi chilometri e sarei giunto sul luogo dell'appuntamento che avevo concertato con Liviana.
"Che cazzo ci sono venuto a fare qui?" pensai, quando lasciai alle spalle la strada provinciale e proseguii per la pista carrabile che scorreva sull'argine del fiume.
La storia con Liviana era iniziata qualche mese addietro con dei messaggi che ci eravamo scambiati in e-mail, poi la decisione d'incontrarci.
Il luogo dell'appuntamento, scelto da lei, era uno spazio adibito a sosta delle autovetture, all'interno di un parco golenale, dirimpetto a un rinomato ristorante.
Tutt'e due avevamo evitato di renderci riconoscibili scambiandoci una foto. Il nostro incontro avrebbe dovuto essere una sorpresa per tutt'e due. L'unica cosa che sapevo della sua persona era il colore dei capelli: rossi. Me lo aveva rivelato lei stessa in una e-mail che c'eravamo scambiati insieme ad altri particolari del suo giovane corpo.
I racconti inseriti nel suo sito web li avevo letti tutti, alcuni più di una volta, al pari di quelli che aveva postato sul newsgroup it.sesso.racconti. Di Liviana mi aveva affascinato l'apparente facilità con cui traeva spunto da situazioni di vita quotidiana del piccolo paese in cui viveva per ricamarci sopra romantiche storie erotiche e d'amore.
Avevo iniziato a scriverle complimentandomi per i suoi racconti, poi un mese fa, a conclusione della lettera che mi apprestavo a inviarle mi congedai con una frase diversa dal solito " BACI FARFALLINA ", che ero solito scriverle, ma con:
" BACIOTTI SUI TUOI CAPEZZOLI ROSA " - scrissi.
Rispondendo alla mia missiva anche lei modificò gli abituali saluti. A conclusione della e-mail trovai scritto:
" BACI SOFFICI SOPRA I TUOI CAPEZZOLI ".
Con l'andare del tempo i nostri scambi di messaggi si fecero più frequenti, soprattutto rispetto al recente passato, ma ciò che li rendeva molto particolari erano soprattutto i saluti finali.
" BACIOTTI LI' E LA' ".
Scrissi a conclusione della lettera successiva e lei rispose:
" BACI, BACI ".
E ancora, pochi giorni dopo, conclusi l'ennesima lettera con queste parole:
" BACI CALDI LI' ".
E lei rispose:
" BACIOTTI, BACIOTTI, BACIOTTI ".
" BACIONI SOPRA E SOTTO " - scrissi.
" BACI SOTTOSOPRA " - rispose lei.
Il gioco, col trascorrere del tempo, si fece sempre più intrigante. Mi deliziavo nell'inventare frasi a doppio senso e ancora di più nel leggere i saluti di commiato in calce ai suoi messaggi. C'eravamo rincretiniti, lo so, ma faceva piacere a entrambi scherzare col fuoco dei sensi.
Stavo recandomi a un appuntamento con una donna di cui non conoscevo nemmeno l'età, anche se una certa idea me l'ero fatta. L'unica certezza che avevo era che andavo da lei per fare del sesso: perché questo era ciò che speravo di fare.
Da quando ero salito sul Bmw avevo l'uccello duro che pulsava con insistenza sotto il tessuto delle brache. Ero eccitato, terribilmente eccitato. Sentivo una straordinaria agitazione addosso. Manipolai in continuazione i tasti dell'autoradio alla ricerca di una stazione radio capace di addolcire, con la sua musica, lo scompiglio ormonale che mi portavo appresso.
Prima d'intraprendere il viaggio da Parma, verso il luogo dell'appuntamento, non avevo preso in considerazione l'eventualità d'incappare in una donna brutta o peggio ancora deforme. Mentre mi avvicinavo alla meta valutai persino l'eventualità che ad attendermi ci fosse un uomo. In quel caso gli avrei rifilato un cazzotto dritto sulla bocca.
La polverosa carraia in cui mi spinsi con le ruote del Bmw, dopo essermi lasciato alle spalle la strada provinciale, conduceva sull'argine. Raggiunto il terrapieno proseguii la corsa verso il luogo dell'appuntamento.
La golena appariva satura di pioppi collocati uno accanto all'altro secondo una disposizione geometrica di rette parallele incrociate. Guidavo, ma la mia mente inseguiva una infinità di pensieri. Dopo un paio di chilometri percorsi sull'argine arrestai la vettura ai margini della strada, dopodiché spensi il motore.
Mica potevo presentarmi all'appuntamento in quello stato, con il cazzo duro che spingeva contro il tessuto dei pantaloni. Di sicuro ci avrei fatto la figura del maniaco sessuale, infatti, se solo mi avesse sfiorato la cappella con le dita le avrei sborrato nella mano o nel migliore dei casi fra i peli del pube, ancora prima di seppellirglielo nella fica.
Spensi il motore e accesi le luci di posizione intermittenti del Bmw in modo che l'automezzo fosse visibile a chi si avventurava sull'argine fasciato dalla nebbia. Abbassai i pantaloni e tirai fuori il cazzo.
La cappella era umida e ne usciva una sostanza filamentosa che serviva da lubrificante. Afferrai il cazzo e iniziai a masturbarmi. Scivolai con la schiena all'indietro, sul sedile, distesi le gambe, e seguitai a masturbarmi. Volevo venire alla svelta, per questo accelerai i movimenti delle dita sfiorando ripetutamente la cappella.
Sborrai quasi subito e raccolsi nella mano gli schizzi di sperma che fuoriuscivano dall'uretra. Il liquido vischioso s'insinuò fra le dita e i filamenti precipitarono sulla moquette del Bmw. Afferrai un fazzoletto di carta dal pacchetto che stava sul cruscotto e arrestai in qualche modo la caduta di sperma. Consumai numerosi fazzoletti prima di riuscire a togliere il colloso fluido che mi impiastricciava le dita.
Ero maledettamente in ritardo. Sollevai i pantaloni, chiusi la lampo, riallacciai la cinghia, e rimasi per qualche istante a guardarmi d'intorno.
Ogni volta che mi capita di masturbarmi ho la strana sensazione che tutto il mio corpo traspiri odore di cazzo. Ho persino paura che le persone con cui verrò a contatto riescano a percepirlo. E avevo timore che anche Liviana se ne sarebbe accorta.
Mentre percorrevo il breve tratto di strada che ancora mi separava dal luogo dell'appuntamento gettai dal finestrino i fazzoletti di carta ancora umidi di sperma, solo allora notai che ce n'erano un'infinità sparsi a ridosso dell'argine da entrambi i lati. Segno evidente che la strada era molto frequentata da coppiette che andavano lì a scopare.
.
L'edificio che ospitava il ristorante poggiava su dei grossi pali metallici infossati nel terreno golenale. Il pavimento del fabbricato raggiungeva e superava di poco il terrapieno dell'argine maestro. Più in là, sulla strada, in corrispondenza di un'ansa del fiume, in una lanca, si elevavano numerose casette di pescatori: vere e proprie palafitte costruite in muratura e in legno. Uno spesso strato di melma grigia stava depositato alla base delle costruzioni e nel terreno circostante, effetto dell'ultima piena del fiume.
Dal terrazzo di ogni casupola spuntavano bilance da pesca, di forma quadra, con grandi reti a fili intrecciati, sostenute da due archi metallici incrociati collegati con una corda a un lungo bastone, di norma manovrato dai pescatori.
Quando raggiunsi il luogo dell'appuntamento soltanto due autovetture occupavano il parcheggio del parco naturalistico. La prima era una Panda l'altra una Fiat Coupè grigio metallizzato, probabilmente la sua, pensai.
Mi avvicinai alle due vetture e affiancai l'auto sportiva. Una ragazza stava seduta al posto di guida con il finestrino abbassato. Nella mano stringeva una fotocamera. All'istante puntò l'obiettivo verso di me. Schiacciò il pulsante dello scatto, più volte, in breve successione, poi abbassò l'apparecchio fotografico e sorrise.
I suoi capelli erano lunghi e ondulati, di un intenso colore rosso, come li aveva descritti in un recente racconto autobiografico. Mi ricordarono quelli di una famosa attrice americana degli anni cinquanta: Rita Hayworth.
Rimasi colpito dalla bellezza del suo sorriso. Le spesse labbra carnose, dipinte con un voluttuoso strato di lucida labbra rosso corallo, le conferivano un aspetto impudico e sensuale. All'apparenza sembrava avere poco più di trent'anni. Chissà se era rimasta delusa nel vedermi di persona, pensai. Io non lo ero, anzi. Uscimmo tutt'e due dalle autovetture e ci trovammo uno di fronte all'altro, vicinissimi.
- Ciao! - fu lei a rompere il ghiaccio.
Accostammo le labbra alle guance e ci scambiammo un amichevole saluto. Di fronte a me avevo una donna carina, ma non bellissima, ma qualcosa di speciale la rendeva affascinante, perlomeno ai miei occhi, ma non riuscivo a capire cos'era. Piccola di statura indossava un lungo abito nero, con un profondo décolleté che metteva in evidenza le forme scoperte dei seni. Non pareva turbata dalla temperatura fredda dell'aria, già rigida in quei primi giorni di novembre. Io invece fui attraversato da brividi di freddo.
- Beh, che decidiamo di fare? - dissi infilando le mani nelle tasche dei pantaloni per ripararle dal freddo pungente.
- Pensavo che ti avrebbe fatto piacere restare in mia compagnia nella casetta che ho in riva al fiume. E' una di quelle. - disse indicando col braccio il gruppo di case di pescatori che avevo intravisto al mio arrivo.
- E' quella di colore ocra, col tetto scuro, stretta fra le due baracche dalle pareti bianche. Potremmo stare lì ad ascoltare musica e raccontarne di cotte e crude sugli amici scrittori del newsgroup it.sesso.racconti. Che ne dici? Ne ho tante di cose da raccontare su di loro.
Ancora una volta il suo viso si riempì di un voluttuoso sorriso.
- Accetto ! - dissi.
L'uccello che solo pochi istanti prima sembrava assopito, dopo la sega che mi ero sparato, riprese a ingrossarsi e spingendo la cappella sulla mia coscia. Inserii la mano nella tasca dei pantaloni nel tentativo di mitigare la sua corposa esistenza, ma inutilmente.
- Ti spiace se raggiungiamo la casa a piedi? Sono solo pochi passi.
- No, anzi. - dissi.
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La nebbia avvolgeva la pianura. Con l'approssimarsi della sera la visibilità era andata scemando riducendosi a poche decine di metri. Risalimmo l'argine e c'incamminammo lungo il viottolo che conduceva alla sua abitazione. Nonostante fosse vestita con un elegante abito da sera, piuttosto sbracciato, che le giungeva fino ai piedi, sembrava non risentire dell'umidità di cui era permeata l'aria.
- Mi è piaciuto tantissimo l'ultimo racconto che hai scritto. - riprese lei. - Mi riferisco a quello del bambino che in spiaggia si allontana dai nonni e va a succhiare le tette alla ragazza sdraiata sul lettino prendisole. L'ho trovato molto dolce.
- Mi fa piacere, lo sai che adoro scrivere storie mielose.
In quell'istante ebbi come un flash. Mi vennero in mente alcune sequenze dei suoi racconti, così diversi dai miei, le cui trame avevano come protagonisti uomini e donne che esercitavano sui partner vessazioni fisiche e psichiche, di ogni tipo, fino a renderli schiavi e succubi. Eppure nel momento in cui l'avevo vista scendere dall'automobile non mi aveva suggerito l'idea di una donna assatanata di sesso, come me l'ero immaginata leggendo i suoi racconti.
La sua voce era suadente, dai toni caldi, capace di esercitare su di me un certo fascino. Mi prese sottobraccio, come si usa fare tra vecchi amici e, mentre camminavamo, seguitò a strofinare ripetutamente il seno contro il mio braccio.
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La casetta, all'apparenza piccola, si componeva di un unico locale molto ampio. Il pavimento era composto da tavolette di legno giustapposte secondo un preciso disegno. Due divani di pelle, separati da un rustico tavolino, arredavano lo spazio adibito a soggiorno. Una libreria, posta trasversalmente alla stanza, separava la parte giorno da quella notte dove trovava posto un letto matrimoniale. In un angolo, vicino alla porticina che conduceva alla terrazza che dava su una lanca del fiume, c'era un tavolo da cucina e il lavandino.
- Vieni, accomodati, questo è il mio rifugio. Ti piace? Vengo qua quando ho voglia di restare lontano dalla gente. E' in questo posto che scrivo i miei racconti. Mi ritiro in compagnia di Roxy, il pastore tedesco di cui ti ho parlato nelle mie lettere. Un tempo in questa casetta ci veniva mio padre a pescare, soprattutto nei fine settimana.
- E' delizioso e lo hai arredato con gusto. Ma non c'è pericolo che una piena del fiume porti via la casa?
- Il pericolo c'è, ma chi abita in queste terre c'è abituato a convivere col fiume. Sono cresciuta senza avere paura dell'acqua, confidando che il fiume non ci tradirà mai. Ciò che mi dà sgomento sono le devastazioni ambientali provocate dagli uomini a monte. Quelle sì, perché vengono a ripercuotersi sulle nostre terre.
La stanza seppure impregnata di umidità era accogliente e non assomigliava a quella di un pescatore.
- L'hai arredata tu?
- Sì, dopo che mio padre è morto volevo metterla in vendita. Invece l'ho fatta ristrutturare e ne ho fatto una seconda casa. Vengo qua quando ho voglia di stare sola o in occasioni speciali come questa.
- Hai del gusto nell'arredare gli ambienti, non deve essere stato facile progettare quest'unica stanza e riempirla di cose carine come hai fatto tu.
Mi avvicinai a una delle due finestre che si affacciavano nella lanca del fiume. Scostai la tenda, scoprendo il vetro, e guardai fuori. La nebbia, fittissima, impediva di vedere il panorama circostante. Da un punto del terrazzo riuscii a scorgere, a tratti, sfumata dalla nebbia, una bilancia da pesca e la sua rete
- E' stupendo questo posto. - dissi.
Le pareti bianche erano arredate con stampe di foto in bianco e nero opportunamente virate con colori di seppia che le facevano apparire più antiche di quanto in realtà non fossero. Erano foto anonime, scattate in una casa di tolleranza degli anni venti. Ritraevano scene sadomaso di cui erano vittime soprattutto soggetti maschili.
- Sediamoci sul divano. - mi suggerì. - Togli il giubbotto, mica avrai freddo?
L'unica luce accesa nella stanza era quella di una abat- jour situata a lato del sofà. Dopo essermi liberato dell'indumento andai a sedermi sul divano. Lei si accomodò accanto a me.
- Ho portato l'ultimo racconto che ho scritto, vorrei un tuo giudizio. Ti spiace se lo leggo? - disse.
- No, anzi, siamo qui anche per questo no?
Sorrise, poi prese la carpetta che stava appoggiata sul tavolino e iniziò a leggere il racconto.
Era una storia di dominazione, come al solito. La protagonista, una giovane donna, si faceva scopare da un amico del fidanzato che con quell'atto di cessione voleva dimostrarle quanto immenso fosse l'amore che provava per lei e quanto grande era lo stato di dominazione che esercitava nei confronti della donna che accettava, passivamente, per amore, di essere ceduta a un altro.
- Beh, che ne pensi? - domandò quando giunge alla fine della lettura.
- Il racconto mi è piaciuto, non sono d'accordo sulle conclusioni che ne hai tratto. C'è forse amore nella dominazione? C'è amore nell'essere padrone? C'è amore nel tenere sotto dominio fisico e psichico un'altra persona?
- Io penso di sì.
- Certo si può giocare alla dominazione ed essere complici, ma quando la vicenda da gioco e divertimento diventa plagio allora si cade nel patologico, almeno credo.
- E tu, saresti disposto a farmi da schiavo e soddisfare i miei voleri?
- No, io sono un tradizionalista, ma potremmo farlo per gioco. Tu potresti atteggiarti a mistress, ma non riusciresti a sottomettermi.
- Ne sei sicuro?
Si alzò in piedi e indietreggiò di pochi passi. Portò le mani dietro alla schiena e, senza distogliere lo sguardo su di me, sfilò la cerniera dell'abito. Il tessuto cadde sul parquet raggomitolandosi ai suoi piedi. Me la trovai di fronte, nuda, senza veli con la pelle bianca come il latte.
Le forme del corpo non erano sottili, anzi, ma ricche di sinuose curve come quelle delle giovani donne ritratte nelle stampe che abbellivano le pareti. Incominciai ad avere dei nuovi scossoni ormonali perché il cazzo riprese a pulsarmi in modo inconsulto sotto le brache.
Posai lo sguardo sulle tette dalle forme tondeggianti. I capezzoli, ampi e pronunciati, avevano un colorito roseo che li rendeva particolarmente sensuali e desiderabili. Fra le cosce, nel pube, riccioli di peli dorati proteggevano l'accesso alla fica.
- Sei ancora deciso a non farti schiavizzare?
Si avvicinò al divano dove stavo seduto e accostò il pube contro il mio viso. Il profumo dolce di J'Adore, di cui avvertii la presenza sulla pelle, mi fece apparire ancora più gradita la vicinanza della fica. Filiformi riccioli dorati gravitavano a poca distanza del mio viso sfiorandomi la bocca. Liviana ruotò le anche e cominciò a strofinare il pube contro le mie labbra riempiendomi la bocca di sottili peli, poi mi afferrò la nuca con entrambe le mani e la sospinse verso di sé. La punta del naso affondò nel manto di peli che sovrastavano il pube e ne annusai l'odore.
- Ti piace?
Il suono della sua voce era caldo, passionale, ma imperativo. Non le risposi, allungai le mani e le circuii le natiche. Erano sode, abbondanti, prosperose come i suoi seni. Abbrancai la pelle dei glutei e affondai le dita nella carne, divaricando le due metà del sedere mentre con la lingua incominciai a leccarle l'addome attorno l'ombelico.
- Dimmi che ti piace...
La sua voce aveva cambiato tono assumendo un inflessione risoluta. Mi trascinò giù dal divano e mi ritrovai asservito ai suoi piedi, in ginocchio.
- Leccali! - ordinò.
Si liberò delle scarpe che fino a pochi istanti prima calzava e mi sospinse il capo verso i piedi scalzi. Esitai prima di cedere al suo ordine.
- Leccali! - ripeté, una seconda volta, con maggiore decisione.
Era solo un gioco, un perfido gioco. Accondiscesi alla richiesta, chinai il capo e sfiorai con la lingua il dorso di un piede, poi incominciai a leccarli entrambi senza trovare gusto nel farlo, ma trovai divertente il piegarmi ai suoi desideri eseguendo, con scrupolo, i dettami delle sue richieste senza ribellarmi.
Risalii con la lingua le sue gambe e mi soffermai a leccarle l'incavo fra le cosce. Aveva la pelle liscia, morbida, suadente. Accompagnai i movimenti delle labbra con dei baci, lambendo con esili carezze ogni tratto di pelle lungo le cosce. Stavo per avvicinarmi con la bocca alla fica, quando mi sentii afferrare il tessuto della maglietta che indossavo.
- Spogliati! - ordinò.
Mi alzai in piedi e iniziai a spogliarmi. Mi liberai della polo e in breve successione della canottiera e dei pantaloni, per ultimo levai i boxer. Mi sentii a disagio con il cazzo ritto davanti a lei. Ebbi l'impressione di sottostare a un esame di anatomia ed ero imbarazzato. Studiò con attenzione ogni particolare del mio corpo, senza proferire alcuna parola. Anch'io la guardai. Aveva i seni leggermente asimmetrici, ma fino a quel momento non me n'ero accorto.
I lunghi capelli rossi, arricciati e mossi, le giungevano fino alle tette ed erano in netto contrasto con la pelle bianca donandole un aspetto diabolico. Dovevo apparirle ridicolo nudo, in piedi, col cazzo che pulsava rigido. Lasciai che fosse lei a condurre il gioco che ci vedeva protagonisti. In fin dei conti ero pur sempre suo ospite. Si allontanò e andò a sedersi sul bordo del letto, poi mi fece un cenno con l'indice della mano indicando di avvicinarmi.
- Leccamela! - ordinò.
Lasciò cadere le mani dietro la schiena e le distese sul copriletto. Schiuse le cosce e divaricò le gambe. Il colore rosato delle grandi labbra che si aprirono come un bocciolo di un fiore mi fecero apparire invitante la sua fica. Mi inginocchiai ai suoi piedi e iniziai a leccarle le cosce tutt'intorno le grandi labbra.
Mugolò di piacere dando segno di gradire la mia azione. Seguitai a leccarla, seppure per pochi attimi, disordinatamente, nel solco che introduce alla vulva. I passaggi di lingua la fecero godere, lo percepii in modo chiaro. Seguitai a insistere fino a quando fagocitai fra le labbra il clitoride. Era gonfio, esteso, turgido. Scappucciai con le labbra il tessuto che lo ricopriva e iniziai a succhiarlo. Un fremito percorse il corpo della mia compagna quando appoggiò una mano sopra la mia fronte. Per un istante pensai che volesse allontanarmi, invece si lasciò cadere all'indietro, sul letto, infilò le dita fra i miei capelli e, mentre le spompinavo il clitoride, mi accarezzò il capo.
Era eccitatissima, agitava le mani e a più riprese accennò a chiudere le cosce, ma la tenevo ferma circondandole il bacino con le braccia. Si dibatteva come una indemoniata, emettendo urla e inveendo con insulti e parolacce verso di me, ma non allentai la stretta e seguitai a succhiarle il clitoride.
- Lasciami... basta... basta... mi fai morire...
Non le diedi retta, proseguii a spompinarla fino a quando il suo corpo sussultò come fosse preda di allucinazioni sensoriali.
- Aaahh... aahhh... godo... godooo...
Seguitai a leccarla, ma Liviana riuscì a liberarsi dalla morsa delle mie mani.
- Basta... ti prego... basta. - Urlò mettendosi carponi sul letto.
Aveva un fondo schiena rotondo e succulento. Affondai i denti sui glutei facendola sobbalzare. Poi l'attirai verso di me e le sfiorai la fica con la punta della cappella. Continuai a strofinarmi contro senza mai penetrarla. Era bagnata fradicia e il liquido le colava fra i peli.
Finalmente dopo tanta attesa giunse il momento di scoparla. Messa alla pecorina le infilai cazzo nella fessura della fica senza difficoltà. Con le mani appoggiate sopra le sue natiche coordinai i miei movimenti ai suoi. Spinsi il cazzo nella cavità estraendo e infilando la cappella di continuo, poi fu lei a scivolare via facendomi sedere sul margine del letto. Si mise cavalcioni sulle mie ginocchia, afferrò il cazzo e lo accompagnò nella fica. Nella posizione dello smorzacandela ricominciammo a scopare con rinnovata passione.
Lei affondò le dita sul mio petto pizzicandomi i capezzoli, infliggendomi sadiche unghiate sulla pelle. Anch'io strinsi i suoi capezzoli fra le dita sollecitando il movimento del bacino che si strofinava sul cazzo.
- Vengo... vengo... - urlai.
Stavo per ritrarmi quando lei abbrancò il mio bacino impedendomi di farlo, così le sborrai nella fica. Solo allora lasciò che mi allontanassi da lei. Chinò le labbra sulla cappella, inglobandola per intero, e succhiò gli ultimi fiotti di sperma che fuoriuscivano dall'uretra. Restammo abbracciati sul letto per parecchio tempo, scambiandoci qualche coccola, spettegolando sulle persone con cui lei era entrata in contatto frequentando il newsgroup it.sesso.racconti.
- Ho una sorpresa per te. - disse.
Pronunciò la frase mentre si alzava da letto. Dal ripiano del comodino tolse un telo di stoffa che serviva a coprire una modesta apparecchiatura elettronica con innumerevoli tasti e lampadine d'ogni colore.
- E quello che è? - dissi.
- Un elettrostimolatore.
- Un elettro che?
- Sì, hai capito bene. Un elettrostimolatore. L'ho visto reclamizzato in tivù durante una televendita. Mi è venuta subito l'idea sul come utilizzarlo.
- Di solito viene usato da persone immobilizzate a letto per lungo tempo o dagli atleti che vogliono aumentare la massa muscolare.
- Sì, hai ragione, ma oltre a queste indicazione ha anche una azione tonificante e di benessere su tutto il corpo. Inoltre permette di modellare le forme dei muscoli rendendoli sodi e compatti. Dopo venti giorni di applicazioni i glutei possono sollevarsi fino a cinque centimetri, mentre i seni si alzano di tre. Tutto questo l'ho letto su un depliant, ma come hai potuto constatare io non ne ho bisogno
- E allora perché lo hai comprato?
- Per giocarci con voi uomini.
- Ma non ne ho bisogno...
- Lo dici tu, dai, sdraiati.
- Perché?
- Ti faccio vedere come si usa.
Inserì uno degli elettrodi sulla parete anteriore del cazzo, un altro alla radice, e uno sulla pelle dello scroto. Ne appose altri due alle grandi labbra della fica e si coricò accanto a me, Pigiò l'interruttore di un telecomando e diede inizio all'elettrostimolazione.
A intervalli regolari gli impulsi mi provocarono delle scosse al cazzo. Il movimento di oscillazione, improvviso e violento, fu in grado di provocare la contrazione del muscolo suscitandomi un forte stimolo sessuale.
Sdraiati sul letto, nudi, uno accanto all'altro, ci trovammo con i genitali percorsi da impulsi di onde Kotz e ne subimmo gli effetti.
- Ti piace?
- Sì, molto. E' difficile descrivere ciò che sto provando, ma è una sensazione strana.
Allungò una mano sul cazzo e iniziò a menarmelo, mentre le scosse si susseguivano a ritmi regolari.
- Vieni... facciamo l'amore. - disse quando il cazzo riprese a pulsare.
- Ma siamo pieni di fili.
- Non ti preoccupare, sono lunghi a sufficienza per non dare fastidio.
Mi coricai sopra di lei e la penetrai ancora una volta. Le contrazioni dei muscoli della vagina, provocate dall'elettro stimolatore, accrebbero la nostra eccitazione. Non avevo mai provato sensazioni di quel tipo.
Per la prima volta durante tutto il pomeriggio le nostre bocche si unirono. Fino ad allora lo avevamo evitato e non so perché. Il sapore della sua bocca era dolce, e forte era il richiamo che esercitava su entrambi il contatto delle lingue.
Le labbra scivolarono l'una sull'altra, cercandosi a vicenda, con passione. Non smisi per un solo istante di sospingere il cazzo nella fica. Stavo godendo come un riccio, e avrei voluto che quegli attimi di piacere non dovessero mai terminare. Accelerai i movimenti, sollecitato dalle continue contrazioni della vagina sul cazzo. Ci ritrovammo con i corpi madidi di sudore mentre sentivo imminente il sopraggiungere dell'orgasmo.
- Sto per venire. - gridai.
- No! Ti prego... aspettami... aspettami...
Rallentai l'azione, anche se le continue contrazioni di cui ero vittima non mi permettevano di dominare la smania che avevo di eiaculare.
- Sì... sì... sì... vengo... - Urlò mentre stavo per sborrarle nella fica.
Restammo abbracciati per alcuni interminabili secondi, poi ci separammo.
L'elettrostimolatore seguitò imperterrito a trasmettere impulsi fintanto che lei spense l'interruttore. Sudato ed estasiato dalla piacevole novità, mi trovai a pensare agli storni che qualche ora prima, percorrendo la strada per arrivare lì, avevo intravisto sui cavi dell'alta tensione. Finalmente compresi qual era la ragione per cui gli uccelli sostavano a lungo sui fili elettrici.
 
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